Andrea.
Non so quante volte mi sono messa davanti a un foglio bianco cercando le parole più adatte per parlare di lui.
Le parole dovrebbero arrivare soltanto alla fine, dicono.
Beh allora ci siamo.
Le parole immiseriscono cose che finchè erano nella nostra testa sembravano tanto importanti da farci piangere.
Beh io ho pianto abbastanza, ora ascoltatemi.
Non ricordo esattamente quando ci siamo conosciuti. C'era il mezzo il MUD, amici comuni, gioco.
E' stata un'amicizia lenta la nostra. Scandita da assenze tanto inspiegabili quanto naturali.
Ogni incontro successivo era un riconoscersi come vecchi amici. Finchè non lo siamo diventati per davvero.
Non sono in grado di raccontare tutti i preziosi momenti che in cinque anni abbiamo vissuto insieme.
E poi, anche se lo facessi, non basterebbero a rendere l'idea di quanto eravamo legati. Noi quattro.
Ho sempre saputo che tu avessi una grande stima nei miei confronti. Che il tuo bene per me era forte e sincero.
Ma mi sono accorta di quanto io sia stata una persona importante nella tua vita quando il tuo migliore amico ha voluto conoscermi. Al tuo funerale.
"Andre mi ha parlato tanto di te" ha detto.
Nell'incredulità ho stretto la mano di un ragazzone in lacrime e mi sono chiesta a quante persone io in passato abbia parlato di te. Davvero.
Eri più orgoglioso tu di me che io di te. Non mi spiego il motivo, non ho fatto nulla di cui essere fieri.
Forse avevi un grande occhio. La capacità di riconoscere meriti che la maggior parte delle persone non vede. Hai saputo dare valore a cose che la gente comune trascura.
Sei stato (e sei) amato da una donna meravigliosa a cui regalerei un futuro di giorni rubati al nostro passato se solo potessi.
Sei stato (e sei) circondato da amici. Veri, verissimi. Che ancora pensano e agiscono come se tu potessi ascoltarli, vederli.
Sapevi che la lealtà non è materia che si insegna a scuola. Che tendere la mano richiede più coraggio che voltare le spalle.
Qualche mese fa la nostra ultima discussione.
La tua arroganza il pretesto. La mia presunzione la ragione.
Abbiamo sbagliato entrambi. Abbiamo giudicato le nostre vite.
Non che di per sè sia un errore, ma lo diventa se e quando imponiamo all'altro la nostra, assolutamente opinabile.
A modo mio ti ho chiesto scusa e ho tagliato corto (ritengo che il cornetto gigante di capodanno suggelli pace fatta).
Sono state dette cose che avrebbero voluto essere di monito, di insegnamento all'altro.
Io che insegno qualcosa a te? Tu a me?
Dai no, non ne siamo davvero capaci.
Noi potevamo guardarci negli occhi e ridere di niente. Con lo sguardo complice di chi sa che non esiste nessuna verità ma solo la trasparenza dei nostri gesti.
Che esisti tu che abbracci me il 1 gennaio 2007 e io che urlo il tuo nome al telefono qualche settimana dopo.
Non è stato abbastanza conoscerti.
Non è stato abbastanza essere tua amica.
Ma è stato un vero onore.
E se da questo viaggio non arriveranno sombreri va bene lo stesso.
A me basta di sapere che mi pensi anche un minuto, come faccio io.

Manchi